Ci stiamo abituando anche alla bellezza?

Montaigne, l'adattamento edonico e le persone che smettiamo di vedere

“Papà, tu conosci le stazioni d'Italia meglio delle città.” Me lo dicono i miei figli, ridendo e hanno ragione. So in quale punto della banchina si fermerà la mia carrozza, in quale bar il caffè è decente, quale uscita evita la coda dei taxi. Scrivo queste righe su un treno, l'ennesimo, e mi accorgo che stazioni e aeroporti sono diventati una specie di seconda casa.

La fatica c'è, inutile negarlo: sveglie all'alba, ritardi, una valigia che non si svuota mai del tutto però oggi da questo treno non voglio parlare della fatica. Voglio parlare di quello che rischia di sparire quando il viaggio diventa abitudine cioè la bellezza!

Perché la bellezza c'è, ed è enorme. Ogni settimana incontro persone nuove, con storie, paure e intuizioni che non avrei mai immaginato. Attraverso città italiane che, anche alla decima visita, hanno ancora un angolo, una luce, un portico capace di sorprendermi. Il problema è che non sempre me ne accorgo.

Il bias che addormenta lo sguardo

La psicologia lo chiama adattamento edonico: la tendenza a tornare rapidamente al nostro livello abituale di soddisfazione, qualunque cosa ci accada. Ci abituiamo al dolore e questa per assurdo può essere anche una fortuna per non venirne travolti ma ci abituiamo anche al bello e questa, invece, rischia di diventare una perdita silenziosa.

Il bello non smette di essere bello. È il nostro sguardo che smette di accorgersene.

Succede quando la città che ci aveva incantato la prima volta diventa “il posto dove ho il cliente alle dieci”.

Succede quando la persona che incontriamo per la quinta volta smette di essere una persona e diventa solo un appuntamento in agenda.

Succede quando il paesaggio dal finestrino scorre e noi guardiamo solo lo schermo.

Succede a casa, con le persone che amiamo, proprio perché ci sono sempre.

L'abitudine non toglie valore alle cose, toglie attenzione e dove manca attenzione, la vita passa senza lasciare traccia.

Montaigne, il viaggiatore che non si abituava

Michel de Montaigne è il filosofo francese del Cinquecento che ha inventato il Saggio: la scrittura che parte da sé per arrivare all'umano. A trentotto anni si ritira nella torre del suo castello a leggere e scrivere. Nel 1580 riparte, e per oltre un anno attraversa l'Europa fino all'Italia: Verona, Venezia, Firenze, Roma, Lucca. Una parte del suo diario di viaggio la scrive direttamente in italiano, per esercitarsi nella lingua dei luoghi che visita.

Montaigne conosceva bene il potere dell'abitudine. Osservava come la consuetudine addormenti i sensi, al punto da non farci più sentire rumori che all'inizio ci sembravano insopportabili, come ad esempio il suono di una campana.  (Ripensando a questa idea mi sono venuti in mente gli annunci in stazione, li ascolto da anni e in realtà non li sento più).

Montaigne però aveva un antidoto. Per lui viaggiare era un esercizio per confrontare la propria mente con quella degli altri, quasi a levigarla a contatto con modi di pensare diversi dal suo. Non andava in viaggio per collezionare luoghi: andava a farsi contraddire. Prendeva in giro i connazionali che all'estero cercavano solo altri francesi e giudicavano barbaro tutto ciò che non somigliava alle loro abitudini.

Il viaggio che non ci cambia non è un viaggio è solo uno spostamento.

La bellezza è negli incontri

Qui sta il cuore della questione. Le città sono magiche, è vero eppure a mio parere la magia più grande è nelle persone!

Il partecipante in aula che fa la domanda che non avevo previsto, il collega che ci racconta come lavora in un particolare territorio che non conosciamo, il compagno di viaggio che, tra Bologna e Firenze, ci dice una cosa inaspettata e non saprà mai che quella riflessione che ci accompagnerà per giorni.

Ogni incontro è una piccola occasione di quel confronto che, per Montaigne, affinava la mente. A una condizione: arrivare con la curiosità accesa, non con il copione già scritto.

Crescere, secondo me, non è accumulare esperienze è lasciarsi toccare da quelle che viviamo.

E nel lavoro?

Chi fa consulenza, formazione o gestione incontra molte persone. È una ricchezza, ed è anche un rischio. Il trentesimo cliente della settimana può diventare la trentesima stazione: una fermata da attraversare in fretta, con lo stesso copione e le stesse domande, ascoltando sapendo già cosa risponderemo.

Il cliente non è una fermata. È una destinazione.

Chi si sente trattato come una pratica lo percepisce subito, anche quando non lo dice. La fiducia nasce quando l'altro sente di essere visto per la prima volta, anche se è la decima.

Micro-esercizio

Al prossimo viaggio, o al prossimo incontro di lavoro, scegliamo due cose:

1.     un dettaglio della città d'arrivo che non abbiamo mai notato prima;

2.     un dettaglio della persona che incontriamo che non c'entri nulla con il lavoro: una passione, un ricordo, una parola che usa spesso.

Scriviamoli da qualche parte. Bastano due righe. Lo scopo non è ricordare, è riabituare lo sguardo a disabituarsi.

E ora la domanda scomoda, quella che mi faccio anch'io su questo treno: quante delle persone che incontriamo ogni settimana conosciamo davvero, e quante sono diventate soltanto stazioni del nostro tragitto?

A cura di Stefano Bertacchi, CTO di EMC3 Solution