Fides la moneta invisibile delle relazioni: come S.Tommaso d’Aquino può ancora insegnarci delle cose

C’è una parola medievale che oggi usiamo male probabilmente perché l’abbiamo rimpicciolita: Fides.
Nel mondo latino, e poi nella cultura europea che ne eredita l’immaginario, non era un sentimento vago o solo religioso, era una cosa concreta: affidabilità, lealtà, buona fede, credibilità negli scambi e nelle relazioni. C’è un dettaglio che mi piace ricordare, perché rende il concetto immediatamente reale: anche il denaro, se ci pensiamo, è un atto di fede. Io accetto un pezzo di carta, una moneta, o oggi una transazione digitale, perché mi fido di una cosa invisibile: che quel segno verrà riconosciuto da altri, che avrà valore anche domani, che potrà essere scambiato con beni e servizi. La BCE (Banca Centrale Europea) lo esplicita in modo molto chiaro: il valore della moneta si basa sulla fiducia dei cittadini che venga accettata negli scambi e che le istituzioni ne preservino il potere d’acquisto.
Il punto è che questo meccanismo non vale solo per la moneta. Vale per tutto ciò che conta: contratti, relazioni, reputazione, promesse.
Se la porto nel presente, fides significa soprattutto questo: ridurre l’incertezza. L’altro non deve essere perfetto: conta che diventi prevedibile nel senso buono. Io so più o meno cosa aspettarmi da te. So come gestisci un problema. So come ti comporti quando c’è un imprevisto. So se una promessa è una promessa, oppure solo un modo elegante per rimandare.
Oggi questa cosa vale ancor più di prima, per un motivo semplice: viviamo dentro un “rumore” costante. Troppe informazioni, troppe promesse, troppa velocità. In più, il clima generale è segnato da una fiducia più fragile lo vediamo ogni giorno aprendo i quotidiani, lo racconta bene ISTAT, l’Istituto Nazionale di Statistica, che nel suo comunicato sulla fiducia nelle istituzioni segnala nel 2024 un calo su alcune istituzioni dopo anni di crescita e lo racconta, con un taglio più “di società”, anche Censis, centro studi italiano che ogni anno interpreta i processi socio-economici del Paese: il Rapporto 2025 descrive un contesto in cui aspettative e desideri vengono rimodulati dentro una transizione non semplice.
In questo scenario complesso, a mio parere, la fiducia smette di essere una competenza “soft” e diventa un vero asset: quando c’è fiducia diminuiscono le frizioni, servono meno controlli, meno passaggi difensivi. Infatti il World Economic Forum, organizzazione internazionale che lavora su temi economici e globali, lo dice in modo netto: fiducia ed etica rendono gli scambi più semplici perché riducono i costi di transazione.
Questa è la parte che mi interessa di più per noi, per il nostro personal branding: la fiducia non è quante persone ti vedono, è quante persone si sentono tranquille ad affidarti qualcosa. È la differenza tra “mi piace” e “mi fido” tra un like digitale ed un sorriso reale.
Il punto è che la fiducia non nasce dalle dichiarazioni. Nasce dalla ripetizione. Qui entra in gioco San Tommaso d’Aquino, con un’idea che oggi è più moderna di quanto sembri. Tommaso è stato un grande filosofo e teologo italiano del XIII secolo, domenicano, tra i principali esponenti della scolastica medievale, autore della Summa theologiae, uno dei testi più influenti della storia del pensiero occidentale. Una delle sue intuizioni, detta in modo semplice, è questa: la virtù non è una bella intenzione né un tratto “carino” della personalità. La virtù è un habitus: un abito, una disposizione stabile che si costruisce nel tempo e che rende “naturale” agire in un certo modo.
È come se dicesse: non diventi affidabile quando ti “senti” affidabile bensì quando ripeti abbastanza volte un certo standard da renderlo parte di te. Nella Summa Tommaso apre proprio il discorso sulle virtù chiedendosi se le virtù siano “abiti”, perché è lì che si gioca tutto: ciò che fai una volta è un episodio, ciò che fai spesso diventa identità. Allora la fiducia diventa una formula semplice, quasi spietata: fiducia = somma di micro-coerenze. È fatta di piccole promesse mantenute, di standard invisibili, di continuità quando nessuno applaude.
È fatta del fatto che, se mi dici “ti aggiorno domani”, domani mi aggiorni. Se mi dici “ti mando una sintesi”, quella sintesi arriva. Se mi dici “ci penso”, poi ci pensi davvero e mi riporti una posizione. Nel lavoro questa cosa è decisiva perché la fiducia non è solo “simpatia” è ciò che permette a un cliente, a un collega, a un team, di abbassare le difese e fare spazio. È ciò che rende possibile parlare di soldi, di rischio, di errori, di futuro, senza trasformare ogni conversazione in una trattativa o in un test di resistenza.
E qui c’è un paradosso interessante: molti curano il personal branding come immagine, quando il personal branding, quello che dura, è fides. È ciò che gli altri si sentono di aspettarsi da te perché l’hai dimostrato. Questo cambia anche il modo in cui guardi la comunicazione. Perché la comunicazione non serve a “sembrare” affidabili, serve a rendere visibile la coerenza. A dire con chiarezza cosa fai, come lo fai, dove metti i confini, cosa puoi promettere e cosa no. Paradossalmente, a volte il modo migliore per aumentare fiducia è promettere meno e mantenere meglio.
E l’AI, in tutto questo, è un amplificatore. Può diventare un aiuto enorme se la usi per aumentare affidabilità: risposte più chiare, follow-up più puntuali, sintesi migliori, preparazione più solida, continuità di tono. In pratica: ti aiuta a mantenere le micro-promesse. Però può diventare anche una trappola se la usi solo per aumentare impressione, cioè per “apparire” più di quanto stai costruendo.
Perché la fiducia non crolla quando sbagli. Crolla quando l’altro sente distanza tra immagine e sostanza. La regola che mi piace è questa: usa l’AI per aumentare affidabilità, non per aumentare effetto.
Ti lascio con un esercizio semplice, da due minuti, che vale più di molte strategie.
Scegli una micro-promessa “piccola ma certa” da mantenere per i prossimi trenta giorni. Una cosa banale che, però, abbia un impatto reale: il tempo di risposta, il follow-up dopo una call, una sintesi breve, una revisione settimanale di tre cose lasciate aperte. Non deve essere eroica, deve essere sostenibile. Poi rendila misurabile in modo semplice: una spunta su note, una riga in calendario, un promemoria. Perché ciò che tracci diventa abitudine e ciò che diventa abitudine diventa habitus.
E a quel punto succede una cosa: la fiducia smette di essere un tema astratto e diventa un risultato visibile.
Ti chiedo una riflessione: qual è la micro-coerenza che, se la rendessi stabile, aumenterebbe subito la fiducia intorno a te?
A cura di Stefano Bertacchi


