Oggi è il Blu Monday: magari è il giorno o magari …

Ogni anno, a un certo punto, spunta lui: il Blue Monday, il “lunedì più triste”. Potrei entrare nella discussione su origine, validità scientifica, etichette e narrative; invece, preferisco guardare una cosa più semplice, cosa succede quando semplicemente lo nomini?
Molte persone annuiscono come a dire: “Sì dai, oggi ci sta”. E io quel “ci sta” lo capisco, perché gennaio ha un suo peso specifico: il freddo, l’agenda che riparte, le scadenza, i buoni propositi che già arrancano e poi c’è lui, il lunedì che fa…semplicemente il lunedì.
Eppure più ci penso più mi viene una domanda semplice anche se scomoda: pesa davvero il calendario o pesano i binari su cui entro in automatico?
Quando si parla di “diritto alla felicità” sembra un discorso grande, quasi da manifesto, io invece lo sento piccolo, quotidiano, persino fragile. Perché per me felicità, spesso, non è entusiasmo e non è allegria permanente, qui c’è un equivoco che ci frega: confondere la felicità con l’allegria. La felicità, per come la vedo io, è più concreta: è avere uno spazio interiore. È sentire che non siamo inchiodati a un copione. È poter scegliere, anche di poco, come stare nelle cose, come abitare le cose. Non è un sorriso per forza bensì una libertà minima ma reale: posso muovermi, e questo sì è un diritto, non garantito dal mondo, ma praticabile da noi e solo noi possiamo decidere di farlo.
È quando riesco a dire: “Ok, non sto benissimo, però ho margine”. Ed è proprio lì in quel piccolissimo margine che nasce il mio, il nostro potere, un margine minimo ma profondamente reale. Posso scegliere da dove cominciare, posso decidere come parlarmi, posso non peggiorare la giornata con la mia stessa voce interiore.
Non è pensa in positivo e tutto andrà bene (chi mi conosce sa che credo poco in quell’approccio) è una forma di sopravvivenza intelligente: tenere aperto uno spiraglio invece di sigillare tutto e qui, entrano in gioco gli schemi mentali, che raramente arrivano come pugni: di solito arrivano come compagnia, il problema però sta proprio lì, nella loro comodità. Sono frasi che sembrano solo descrivere la realtà e invece, piano piano, la costruiscono: “Devo ricominciare”, “Tanto è sempre uguale”, “Il lavoro è solo obbligo”, “Devo resistere fino a…”, non vedo l’ora che sia estate”
e intanto … la vita scorre
A volte queste frasi hanno persino buone ragioni, soprattutto quando siamo stanchi. Il guaio è che, ripetute abbastanza, diventano una casa a suo modo confortevole anche se è una casa stretta. Quando arriva una giornata “blu”, quella casa si sente di più: non è una tragedia, è una nebbia e nella nebbia la cosa più facile è fare la strada di sempre e rifugiarsi in schemi già vissuti
Nel lavoro questa dinamica si vede benissimo. Mi capita spesso di incontrare persone che fanno lo stesso mestiere: per una è una condanna, per l’altra è una possibilità. C’entra poco l’ottimismo o la fortuna. Più spesso fa la differenza quel margine, già quel piccolo margine, nel linguaggio e nel senso con cui interpreti quello che fai.
Il lavoro resta lavoro: responsabilità, scadenze, pezzi che scegliamo poco; quando diventa solo obbligo succede una cosa prevedibile: si spegne il “perché” e si accende la modalità resistenza ed ogni cosa senza il suo perché sembra pesare il doppio
In quelle situazioni personalmente provo uno spostamento minuscolo, di millimetri: invece di chiedermi “come faccio a reggere?”, mi chiedo “dove posso mettere un po’ di qualità oggi?”. Qualità intesa non certo come perfezionismo, semplicemente qualità come presenza, quell’essere lì presente a me stesso a quello che faccio senza lasciarlo scorrere nei binari dell’abitudine. A volte è una mail scritta meglio. A volte è una telefonata fatta senza fretta. A volte è un “no” detto in modo pulito. A volte è una decisione ancora più semplice: oggi non mi tratto male!
Quando mi sento “blu”, mi accorgo che la prima cosa che mi frega è il tono. Il “devo, devo, devo” mi mette in modalità sopravvivenza e stringe tutto. Allora provo a cambiare verbo almeno una volta nella giornata: “scelgo”, “decido”, “faccio così”.
Non certo per raccontarmela, perché non è tutto scelta è pensare che anche dentro gli obblighi c’è sempre una quota di scelta: come lo fai, con che energia, con che standard, con che rispetto di te stesso.
La realtà resta quella che è eppure dentro quella realtà cerco di vedere la mia quota di scelta.
Poi cerco di non farmi ingoiare dalla parola “tutto”: “è tutto pesante”, “è tutto troppo”.
Il “tutto” ingrandisce e confonde, a volte mi aiuta ridurre la giornata al singolare: una cosa sola fatta bene, una cosa sola che la renda dignitosa e rimette in moto la fiducia
Infine provo a spostare lo sguardo dal giudizio all’allenamento: invece del tribunale (“valgo / non valgo”) preferisco la palestra (“che cosa alleno oggi?”). È una parola piccola, eppure cambia la pressione, la prospettica e cambia il respiro.
Se oggi è Blue Monday, va bene. La fatica esiste, i periodi stanchi pure. La differenza la fa una cosa: evitare che una giornata firmi un contratto a tempo indeterminato dentro di noi.
Il diritto alla felicità, per come lo intendo, è la possibilità di aggiornare lo schema di ieri anche quando l’energia è bassa. Io, quando sono scarico e mi dico “dai, sopporta”, sto provando a sostituirla con: “fai bene una cosa e poi respira”.
Funziona sempre? No. Eppure a volte basta per riaprire quel margine.
Se ti va, ti lascio una domanda semplice da lasciare nei commenti: qual è la frase che ti ripeti nei giorni “blu” e che vorresti trasformare?


