Lui è fatto così. Io ho avuto solo una brutta giornata.

Spinoza e l’arte di comprendere invece di giudicare: storia di un errore che facciamo ogni giorno.
A volte succede così: una collega non risponde a una mail importante, un cliente alza la voce per una sciocchezza, un collaboratore salta una scadenza che sembrava chiarissima e dentro di noi, in automatico, parte una spiegazione, anzi un etichetta: “è inaffidabile”, “è arrogante”, “non gli importa niente”. Poi giriamo la telecamera. Se sono io a non rispondere non è perché sono inaffidabile: avevo tre fuochi accesi nello stesso momento. Se alzo la voce, non è perché sono arrogante: era una settimana pesante. Se salto una scadenza, non è il mio modo di fare, sono solo le circostanze.
È qui l’asimmetria: per l’altro spesso tiriamo fuori il “carattere”, il modo di essere, per noi la situazione.
Gli psicologi sociali la chiamano errore di attribuzione: la tendenza a spiegare il comportamento altrui con “com’è fatto”, e il nostro con “cosa mi è successo”. A darle un nome, nel 1977, è stato lo psicologo Lee Ross: la definì come la tendenza a sovrastimare il carattere e a sottovalutare il peso delle circostanze quando spieghiamo ciò che fanno gli altri. In pratica, da un singolo comportamento ricaviamo un giudizio su tutta la persona, come se quel gesto fosse la sua natura e non un momento dentro un contesto.
In altre parole: l’altro è, io mi trovo. Lei a volte è la sua azione peggiore, io sono il contesto della mia.
Succede quando una cliente arriva nervosa e la archiviamo come “una difficile”, senza chiederci cosa abbia trovato fuori dalla porta. Succede quando un collega taglia corto e decidiamo che “è scortese”, senza sapere che tipo di telefonata ha appena chiuso. Succede quando qualcuno commette un errore e lo trasformiamo nella prova di chi è, dimenticando che noi, gli stessi errori, li chiamiamo “giornate storte”. Succede ogni volta che un comportamento diventa, ai nostri occhi, una sentenza sulla persona.
È un meccanismo comodo, perché chiude in fretta. Mettere un’etichetta costa meno fatica che ricostruire una situazione, solo che, quando etichettiamo, smettiamo di fare la cosa più preziosa in una relazione: cercare di capire.
Spinoza, qui, diventa sorprendentemente attuale. Lasciatemelo dire: per me è uno dei più grandi di sempre, uno di quei pensatori a cui torno e da cui ogni volta esco diverso, maturato, cresciuto… Baruch Spinoza è un filosofo olandese del Seicento, scomunicato dalla sua comunità a ventitré anni, che si guadagnò da vivere molando lenti (sì, proprio lenti, come quelle attraverso cui proviamo a guardare meglio il mondo). Una delle sue idee più intriganti per noi sta in una riga: “Humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere” non ridere, non piangere, non detestare le azioni umane, ma comprenderle. Per Spinoza nulla accade per caso o per pura cattiveria: tutto ha delle cause, e capire le cause ci libera dalle passioni tristi, quelle che ci agitano e ci tolgono lucidità.
Tradotto per noi oggi: comprendere non significa giustificare, significa smettere di scambiare un comportamento per un’essenza. La persona che ho davanti non è solo il suo gesto peggiore, è anche tutto ciò che a quel gesto ha portato e che io quasi sempre non vedo. Non serve diventare ingenui né dare ragione a tutti. Serve una pausa, prima della sentenza!
Quando senti partire l’etichetta (“è fatta così”, “è sempre il solito”, “non cambierà mai”), fermati un istante e prova a farti una domanda diversa: cosa potrebbe esserci dietro, che io non sto vedendo? Non per trovare per forza una scusa ma per non confondere una circostanza con un carattere, un episodio con qualcosa di totalizzante sulla persona.
Nella comunicazione questo cambia tutto. Una conversazione difficile parte in un modo se entro pensando “ho davanti un’incompetente”, in un altro se entro chiedendomi “cosa ha reso difficile, per lei o lui, fare la cosa giusta?”. Nel primo caso il mio tono, le mie parole, persino la mia postura comunicano già un verdetto e l’altro lo sente e si difende. Nel secondo apro uno spazio in cui qualcosa può ancora muoversi. Attenzione non è morbidezza o buonismo, è efficacia: dalle persone che si sentono giudicate non otteniamo quasi mai il meglio.
Ti propongo un micro-esercizio da pochi minuti. Pensiamo a una persona che in questi giorni abbiamo liquidato con un'etichetta ("è pigro", "è arrogante", "non le importa"). Scriviamola, quell'etichetta, nero su bianco, poi, sotto, proviamo a scrivere tre circostanze possibili, non per forza vere, semplicemente possibili, che spieghino lo stesso comportamento senza tirare in ballo il carattere o i modi di essere. Non per assolvere nessuno ma per accorgerci di quanto in fretta, tutti quanti, avevamo già “chiuso il caso”.
La domanda finale è semplice e un po’ scomoda: quante volte, oggi, ci siamo concessi a noi stessi una circostanza e all’altro una “condanna”?
A cura di Stefano Bertacchi


